Audizione del professor Giuseppe
Vitaletti, presidente dell'Alta Commissione di Studio per
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca,
nell'ambito dell'indagine conoscitiva sui rapporti tra il sistema di gestione
dell'anagrafe tributaria e le amministrazioni locali, l'audizione del professor
Giuseppe Vitaletti, presidente dell'Alta commissione di studio per la definizione
dei meccanismi strutturali del federalismo fiscale (ACoFF).
Con tale indagine, secondo il programma deliberato dalla Commissione, si
intende procedere ad una ricognizione dei rapporti tra il sistema di gestione
dell'anagrafe tributaria e le amministrazioni locali, anche con riferimento
alla riforma del Titolo V della Costituzione in materia di federalismo fiscale,
che ha attribuito un proprio autonomo potere impositivo agli enti locali.
Ricordo che nell'ambito di tale indagine conoscitiva
Ricordo che il professor Giuseppe Vitaletti è accompagnato dalla dottoressa
Laura Tonelli, capo della segreteria dell'Alta commissione, e dalla dottoressa
Francesca Petrina, ricercatrice presso l'Alta commissione.
Do, quindi, la parola al professor Giuseppe Vitaletti, per lo svolgimento del
suo intervento.
GIUSEPPE VITALETTI, Presidente dell'Alta commissione di
studio per la definizione dei meccanismi strutturali del federalismo fiscale.
Signor presidente, nello specifico sono oggi presente in Commissione per
parlare soprattutto dei rapporti tra l'argomento principe di questa indagine
conoscitiva, l'anagrafe tributaria, e la riforma del Titolo V della
Costituzione, cui lei poc'anzi ha fatto cenno. Sono al corrente del fatto che
finora i commissari, assieme agli auditi, hanno svolto analisi molto
approfondite sull'esistente. In particolare, ho potuto prendere visione
dell'intervento svolto dal senatore Vegas, da cui emerge l'importanza attuale
degli strumenti dell'anagrafe tributaria. Specificamente, per quanto concerne
l'IRAP e l'IRPEF, è emerso con assoluta chiarezza il rischio che comuni e
regioni, in assenza di conoscenza dei dati, prendano decisioni sulle aliquote
senza riuscire ad elaborare previsioni attendibili sul gettito, finendo così
per approvare bilanci, per così dire, abbastanza friabili. In prospettiva, in
caso di attuazione dell'articolo 119, aumenterebbe di molto l'importanza della
fiscalità locale e, di conseguenza, anche quella dell'informatica. L'Alta
commissione è piuttosto avanti con i lavori per quanto concerne la delineazione
di un disegno applicativo dell'articolo 119. Al riguardo, intendo consegnare
alla Commissione la copia di un mio intervento - dal titolo «Il federalismo
fiscale, ovvero: dalle imposte-manna alle imposte-talenti?» -, svolto in
occasione di un convegno sul passaggio dal federalismo legislativo al
federalismo fiscale. L'intento non è presentare un'anteprima del rapporto
finale della Commissione, che potrebbe essere anche molto diverso dai contenuti
dell'intervento, ma mettere in rilievo che con l'attuazione del federalismo
fiscale non ci troviamo di fronte ad un mero passaggio tecnico volto alla
redistribuzione dei tributi. Con questo intendo dire che vi è la possibilità di
innovare profondamente le logiche tributarie, intese finora in senso
profondamente centralistico. Come senz'altro sapete, infatti, la riforma
tributaria degli anni settanta è stata caratterizzata da molti elementi, uno
dei quali è stato senz'altro il venire in essere di una filosofia di
accentramento. Ora si tratta di ribaltare questo tipo di concezione, e ciò non
rappresenta un mero fatto tecnico, ma un fatto di fondo che investe il tipo di
rapporto fiscale tra amministrazioni pubbliche e cittadini.
Inoltre, la mattina del 27 ottobre scorso ho avuto occasione di intervenire in
Parlamento nella discussione del rapporto sull'armonizzazione dei sistemi di
gestione dell'anagrafe tributaria. Avendo provveduto a correggere le bozze del
mio intervento - che è stato analitico e specifico, investendo il possibile
ruolo che l'anagrafe tributaria potrà svolgere in futuro - lo consegno alla
Commissione nella sua versione definitiva, come materiale collegato alla mia
analisi odierna.
In questa sede cercherò di sviluppare le tematiche dell'audizione prendendo in
esame quattro cespiti, fondamentali per il ribaltamento della filosofia fiscale
di cui ho appena detto. Mi riferisco agli immobili, all'energia, alla
cosiddetta tassazione dei servizi (soprattutto tariffe e ticket), e
all'IVA. Su tali cespiti, infatti, si profila il cambiamento maggiore. Mentre,
per quanto riguarda l'IRPEF, la situazione non dovrebbe subire grandi
cambiamenti. Infine, per quanto riguarda l'IRAP, è meglio attendere la prossima
pronuncia della Corte di giustizia europea.
Possiamo dire che sugli immobili vi è già un quadro in movimento - anche se
piuttosto instabile - delineatosi anche attraverso l'ultima legge finanziaria,
dove si è registrato il tentativo di creare un raccordo più stretto tra i
principali prelievi che insistono sugli immobili, cioè
L'economia moderna è «terziaria»: nell'economia terziaria, lo strumento fisico
di produzione principale è rappresentato dagli immobili, non dalle macchine.
Tutte le attività commerciali, quelle artigianali, tutte le strutture deputate
all'erogazione di servizi per la cittadinanza sono fortemente concentrate in
immobili, spesso di valore, e collocati per lo più nei centri urbani piuttosto
che nelle periferie industriali. Ebbene, le relative rendite immobiliari -
quando vengano dichiarate - sotto il profilo del prelievo reddituale sono
soggette all'IRPEF, che è un'imposta nazionale. Si tratta di una cifra
complessiva attorno ai cinque miliardi di euro. Anche il gettito del registro
sugli immobili è tuttora accentrato. Esiste, pertanto, un potenziale di gettito
molto consistente che potrebbe essere reso «locale».
Altre considerazioni riguardano l'ICI. Questa imposta è considerata attualmente
un surrogato dell'imposta patrimoniale: si afferma di solito che un'imposta
patrimoniale complessiva, riguardante tutti i cespiti, non è stata introdotta.
Vi sarebbe tuttavia per certo una patrimoniale - l'ICI, appunto - almeno per il
cespite di ricchezza più visibile. Questa impostazione della fiscalità è puramente
passiva. L'ICI come patrimoniale non consegue il suo obiettivo di giustizia,
perché questo viene raggiunto solo se tutto il patrimonio è colpito, compreso
quello non immobiliare. D'altro canto non è possibile prescindere da una
considerazione: gli immobili valgono perché esistono strade, metropolitane,
illuminazione; esiste, in altri termini, un effetto indotto dall'erogazione di
servizi da parte dei comuni, che si riverbera sul valore immobiliare dei
fabbricati. Viene svolta, cioè, da parte degli enti comunali, un'attività di
gestione non solo del patrimonio immobiliare ma anche e principalmente del
territorio, che riveste una funzione di particolare rilievo nella
valorizzazione del patrimonio. Certamente, la tendenza, degli uffici in
particolare, ma anche dei negozi, ad invadere i centri espellendo le famiglie è
un fenomeno molto preoccupante, dal momento che il suo protrarsi nel tempo
potrebbe provocare la svalutazione dei centri storici. È chi dorme e vive negli
immobili a farne la qualità: chi se ne serve parzialmente, soltanto per
sbrigarvi le proprie attività, difficilmente li conserverà bene.
In tale ottica, i prelievi sugli immobili, l'ICI ma soprattutto la nuova
imposta sostitutiva dell'Irpef, potrebbero rappresentare un interessante
strumento di gestione. Ad esempio, a mio avviso, avrebbe un senso intervenire
non solo sulla differenziazione impositiva tra prima e seconda casa, ma anche
nei riguardi dell'aliquota da applicare agli uffici - come pure alle pensioni -
collocati in certe zone di concentrazione eccessiva, per favorirne una più
equilibrata distribuzione sul territorio. Da questo punto di vista, il centro
di Roma sta diventando estremamente significativo. In altri termini, ritengo
opportuno che il prelievo sugli immobili sia legato alla gestione del
territorio, in seno ad una più piena assegnazione dell'imposta sugli immobili
ai comuni e con una maggiore flessibilità. Ciò chiaramente presuppone una
conoscenza della situazione immobiliare molto più articolata di quella attuale,
che non può non venire dall'informatica. Attualmente, gli immobili
«strumentali», che rappresentano il 60 per cento dell'imponibile ICI, sono poco
analizzati. Essi comprendono negozi, vari tipi di uffici, magazzini, tutto un
mondo che sarà possibile esplorare pienamente solo a partire da un progressivo
miglioramento e velocizzazione dello strumento di raccolta informatica. In
questo quadro, la disputa tra centro e periferia, relativamente a gestione e
controllo delle strutture di raccolta dati, ha poco senso. Deve piuttosto
esistere un punto di interazione tra lo Stato e gli enti locali: se appare
fondamentale che i comuni esprimano le proprie posizioni, anche per i motivi
che ho precedentemente evidenziato, un momento di raccordo e coordinamento
appare pure imprescindibile. Occorre dunque un nuovo equilibrio tra un centro
che è importante e una periferia che lo è altrettanto. L'esigenza di
raggiungere questo equilibrio, a mio parere, appare sintomatica della più
generale istanza - indotta dal federalismo - di dar vita a nuovi equilibri
istituzionali. Al crescere dell'importanza dell'autogoverno, rimane ferma la
necessità di un momento di raccordo - lo si chiami interesse nazionale o altro
-, un momento di coordinamento che, ripeto, è assolutamente imprescindibile. La
riflessione che stiamo svolgendo presenta, dunque, sviluppi - sia fiscali sia
gestionali - che potrebbero risultare molto interessanti.
Vengo ora al settore «energia». Indubbiamente, l'intervento nel campo
energetico ha rappresentato uno dei capisaldi del decentramento attuale
(addizionale comunale e provinciale sul consumo dell'energia elettrica; gettito
del bollo affidato integralmente dalle regioni; compartecipazione sulla
benzina, con possibilità riconosciuta in capo agli enti regionali di introdurre
una limitata addizionale pari a circa due centesimi e mezzo; imposta
provinciale su RC auto, eccetera). Anche in questo settore sarebbe possibile
valorizzare l'esistente, a partire da una compiuta informatizzazione dei dati.
Penso, in particolare, alla possibilità di flessibilizzare l'aliquota
sull'energia elettrica da parte dei comuni. Finora, si è registrata una certa
resistenza da parte degli erogatori interessati, anche in ragione di una
presunta complessità dell'operazione di acquisizione delle informazioni,
problema che però la gestione informatica dei dati sembra in grado di superare
(gli utenti sono «clienti», e in quanto tali risultano conosciuti dai
fornitori; inoltre, poiché i confini dei comuni sono netti, e i contatori di
consumo sono ben localizzati e non sono mobili, non dovrebbe essere difficile
raccogliere le informazioni necessarie, operando a partire da questo
presupposto). La flessibilizzazione può riguardare tanto il settore
dell'energia elettrica, ovviamente nel rispetto dei vincoli della normativa
europea, quanto quello automobilistico, con particolare riferimento all'imposta
RC auto (alla base del gettito provinciale): l'aliquota è attualmente unica, ma
potrebbe essere flessibilizzata senza troppe difficoltà. Peraltro, l'Italia resta
all'avanguardia nel settore. Qualche giorno fa, ad esempio, in occasione di un
incontro tra l'Alta commissione e alcuni ispettori francesi, abbiamo appreso
che in quel paese si vorrebbe introdurre - come è avvenuto da noi - il
decentramento dell'imposta sull'assicurazione auto, con conseguente
flessibilizzazione dell'aliquota. Esistono dunque settori nei quali
l'informatica potrebbe apportare benefici cospicui: ho citato solo due casi ma
potrei anche aggiungere altri esempi, come quello della benzina e del bollo.
Paradossalmente, quello che io definisco «catasto-automobili», che attraverso
gli strumenti informatici dovrebbe risultare di più semplice realizzazione del
catasto immobiliare (passaggi di proprietà e residenza del proprietario
dell'automobile rappresentano elementi di agevole reperimento, la cui
acquisizione informatica dovrebbe essere già avvenuta in maniera efficiente e
funzionale), a tutt'oggi ha bisogno di notevoli progressi per divenire
pienamente realizzato. Solo per fare un esempio, il rappresentante delle
regioni nell'Alta commissione lamenta nella regione da cui proviene,
In quest'ultimo caso, infatti (ma in realtà il ragionamento vale anche in caso
di mantenimento del cespite alle regioni) non ci si può limitare alla sola
benzina, ma bisogna puntare al decentramento di tutto il carburante per
l'auto-trasporto privato, che comprende anche il gasolio delle vetture diesel.
Per quanto riguarda i servizi vorrei fare due esempi, partendo anche in questo
caso dall'esistente. Il primo riguarda la sperimentazione della «carta della
salute», condotta dalla SOGEI nella regione Abruzzo. Mi è stato assicurato che
la «carta della salute» non serve solo a livello sanitario, ma possiede anche
una valenza economica, perché contiene il valore di tutte le prestazioni di cui
fruisce ciascun utente del Servizio sanitario nazionale. Quindi, strutturando
la carta della salute in modo tale che venga rilevato l'output, cioè il
valore delle prestazioni fruite dal soggetto nell'anno (ospedali, medicine,
valore figurativo delle visite mediche), si può arrivare ad attribuire tutti i
90 miliardi di euro, che rappresentano il costo della sanità pubblica in
Italia, ai singoli utenti. Tutto ciò rappresenta un mutamento enorme. Infatti,
la possibilità di disporre dell'ammontare del consumo complessivo sanitario del
singolo individuo apre non solo prospettive di decentramento organico, ma dà
anche la possibilità di istituire un ticket globale, che permetta di
superare l'annosa distinzione fra prestazioni ospedaliere, ricette, visite
specialistiche e così via. Ciò, ovviamente, conservando abbattimenti rispetto
al costo sostanziali e differenziati (a favore delle prestazioni ospedaliere,
per esempio). In prospettiva lo stesso discorso si potrebbe fare anche per
l'università. In realtà, il diritto allo studio ha fatto certamente dei
progressi, ma ancora siamo lontani dalla pienezza del suo conseguimento. Al
momento, infatti, lo studente si mantiene agli studi attraverso tasse
universitarie pagate dai genitori, oppure ottenendo una borsa di studio.
Diviene, dunque, molto difficile frequentare un'università soprattutto se si è
fuorisede. Ritengo quindi che in futuro, quando ci sarà la possibilità di
seguire a livello informatico l'utente delle prestazioni universitarie, sarà
possibile posticipare il pagamento delle tasse, e restituire eventuali
prestiti, in un arco di tempo più ampio, cioè quando l'ex studente lavorerà. In
questo modo si crea un'interazione di lungo periodo tra l'ex studente e
l'università.
L'ultimo problema che affronto riguarda l'IVA. Anche in questo caso parto
dall'esistente. Quest'anno, per la prima volta, le dichiarazioni IVA prevedono
l'obbligo di distinguere tra vendite ai consumatori e vendite alle imprese. Ciò
darà la possibilità di individuare l'IVA sulle vendite al consumo effettuate in
ogni regione che, in sostanza, rappresentano l'effettivo gettito dell'IVA
(un'imposta che viene scaricata da tutti tranne i consumatori). Attualmente,
per contro, non si può assegnare ad una regione (ad esempio al Lazio) l'IVA
riscossa sul suo territorio, perché il riscosso locale non rappresenta affatto
i consumi del Lazio, a causa del metodo di riscossione. L'IVA viene infatti
riscossa «per acconti» lungo l'intero arco della produzione, e ciò fa sì che il
riscosso locale sia influenzato sia dall'import-export (nel nostro
esempio, del Lazio) verso tutte le altre regioni italiane e verso l'estero, sia
dalle aliquote su quell'import-export. Con questo nuovo accorgimento,
ripeto, sarà invece possibile riscontrare finalmente quali sono i consumi del
Lazio e, quindi, sarà possibile attribuire a questa regione l'IVA su basi
ragionevoli.
Questo apre il discorso del prelievo sull'IVA come possibile nuovo grande
cespite per le regioni. Ad oggi c'è stato fatto credere che l'IVA già funziona
come imposta per il federalismo fiscale, in base alla legge n. 56 del 2000, ma
in realtà questa è una finzione. Non è vero, infatti, che alle singole regioni
venga assegnata la quota concretamente spettante dell'IVA. In realtà l'ISTAT fa
un calcolo sui presunti consumi di ogni singola regione, che comunque non vengono
usati per attribuire l'IVA alle varie regioni, ma solo per fare un calcolo su
quello che potrebbe essere l'attribuzione dell'IVA se avvenisse. L'erogazione
materiale avviene secondo altri parametri, diversi dai consumi.
Va notato che quando conosceremo, attraverso l'Agenzia delle entrate, i consumi
e le vendite fiscali regionali (che già sono al netto dell'evasione), potremo
confrontarli, per ogni regione ed ogni settore, con i dati dei consumi
regionali calcolati dall'ISTAT (che invece sono stimati al lordo
dell'evasione). Ciò aprirà la strada a un intervento attivo delle regioni sul
fronte dell'evasione, senza che esse debbano creare uffici fiscali, potendo
interagire invece con le sedi regionali delle Agenzie delle entrate. Ciò potrà
contribuire alla responsabilizzazione, dato che non si capisce per quale motivo
l'evasione di una certa regione debba essere pagata dai cittadini delle altre
regioni. L'informatica è in proposito importantissima. Per permettere un ruolo
attivo delle regioni, l"anagrafe tributaria dovrà rilevare le nuove
dichiarazioni IVA dei contribuenti nel tempo più rapido possibile, e
confrontarle con le rilevazioni ISTAT, approfondendo il dato per ogni settore.
In conclusione, l'informatica avrà un ruolo fondamentale per il federalismo
fiscale su tutti i fronti. Rimane aperta la questione, su cui non intendo
entrare, di come far partecipare regioni ed enti locali al lavoro degli
organismi tecnici che gestiscono i dati. È auspicabile una forma di
cointeressenza alle strutture informatiche, nel momento in cui vi è l'effettiva
possibilità di un affiancamento degli enti territoriali allo Stato per la lotta
all'evasione: riguardo alle regioni soprattutto sul fronte dell'IVA, riguardo
ai comuni soprattutto sul fronte degli immobili, come già detto.
PRESIDENTE. Ringraziamo il professore Vitaletti
per la sua dettagliata esposizione che ha analiticamente messo il «dito sulla
piaga» in relazione ad alcune imposte ed alla gestione delle medesime. È
indubbio che le considerazioni sviluppate sono fondamentali, soprattutto per
quanto riguarderà il tipo di imposizione fiscale che si vorrà concedere agli
enti locali, non in via teorica ma pratica. Vi è da augurarsi la non
duplicazione dell'imposizione fiscale, attraverso l'effettiva diversificazione
di funzioni unitamente all'assegnazione di risorse. Diversamente avremmo un
federalismo «zoppo» anche sotto il profilo della funzionalità fiscale.
Ho percepito la sua ampia fiducia nell'informatica e nella possibilità di una
gestione dei tributi maggiormente oculata ed attenta di quella odierna, che, lo
stesso sottosegretario Vegas, nel corso della passata audizione, ha considerato
negativamente per quanto riguarda IRPEF ed IRAP. A questi due tributi aggiungo
l'ICI, dato che le tante esenzioni «inventate» in ambito locale rischiano di
vanificare un corretto riesame della situazione (per valutare chi ha pagato e
chi ha effettivamente diritto ad esenzioni). Convengo con lei, professore, sul
fatto che un sistema semplice consenta un migliore controllo favorendo
l'incremento di gettito e che, tanto più si inseriscono subordinate, esenzioni
e modalità operative tortuose, tanto maggiore sarà il danno per i contribuenti
e per chi gestisce materialmente il tributo.
Sull'energia (in particolare sull'addizionale degli enti locali, comuni e
province, sull'energia) abbiamo un dato ormai storico con iscrizioni a bilancio
quasi automatiche di anno in anno, indipendentemente dalla domanda vera che,
invece, dimostra la crescita annua dei consumi. I dati dei bilanci consuntivi
nei consigli comunali, essendo verificati in pochissimo tempo, sfuggono ma nei
bilanci di previsione si ripropone il dato storico. Secondo me bisognerebbe
focalizzare maggiormente l'attenzione sull'andamento dei singoli tributi per
permettere agli enti locali una gestione più armoniosa delle proprie risorse,
evitando di andare - diciamo così - a caso su IRPEF ed IRAP e registrando,
negli altri due casi, la stima addirittura sul dato ENEL.
Aggiungo che nei bilanci degli enti locali sta sparendo una voce che fornisce un
dato altissimo di uscita e di entrata ma che nasconde una furbizia politica,
Quindi, in buona sostanza, vi è un problema di discariche, le quali non so
quando dovranno essere risanate e che effetti produrranno, ma allo stato
consentono un costo di smaltimento sufficiente basso. Nonostante tutti questi
elementi positivi si arriva ad una situazione paradossale data da una non
copertura della richiesta del costo del servizio da parte degli enti locali.
Quindi, penso che questi tributi, professor Vitaletti, dovranno essere ben
chiariti ai cittadini nei prossimi anni poiché l'attuale allegro andamento,
ereditato nel corso degli anni e ormai sedimentato, della finanza pubblica
rischia paradossalmente di far passare il federalismo fiscale come un
«assassino» delle famiglie e delle loro tasche. In realtà, il mancato senso di
responsabilità, del quale vi è evidente traccia in alcune gestioni dei tributi,
ha finito quasi per consolidare una prassi per cui un ente locale che fa pagare
al 100 per cento la tassa dei rifiuti viene ritenuto un «rapinatore». È molto
più semplice chiedere soldi o maggiori trasferimenti allo Stato e poi non
sfruttare i tributi locali.
Alla luce di questi fatti, a mio avviso, diventa determinante, fondamentale uno
screening poiché non vi è più la possibilità di aver a che fare con
imposte gestite un po' dallo Stato e un po' dall'ente locale. Vi deve essere
un'attribuzione ed una separazione netta delle fonti di approvvigionamento,
così da poter verificare realmente se gli strumenti messi a disposizione non
fruttano ciò che è previsto, ma vengono utilizzati per quello che dovevano
dare. Infatti, è evidente che se si lascia agli enti locali il gettito sempre
al minimo, questi ultimi non riescono a far quadrare i loro bilanci e, di
conseguenza, chiedono delle compartecipazioni su ulteriori tributi allo Stato
centrale, facendo così fallire il concetto di federalismo fiscale.
Ho detto tutto questo anche perché mi è nota la vicenda del decreto n. 56 della
2000 per quanto riguarda, ad esempio, il trasferimento delle risorse sanitarie.
Su questo tema si è innescata una grossa polemica; al riguardo, ritengo che,
proprio per evitare questo tipo di diatribe, assieme ad una serie di interventi
tampone - che non si riesce mai a sapere se rispettino o meno la volontà del
legislatore - sarebbe utile che anche gli enti locali si rapportassero al
sistema di gestione dell'anagrafe tributaria. Secondo la relazione dell'ANCI
per l'ICI si registra uno scostamento dei dati pari al 10 per cento del cosiddetto
monte degli utenti. In questo caso non stiamo parlando di un'elusione fiscale
voluta; accade soltanto che, in relazione ad un errore di codice fiscale, di
data di nascita, di secondo o terzo nome non registrato, vi sono degli immobili
privi di proprietari di diritto.
Riguardo alla sua osservazione sulla provenienza della gran parte del gettito
ICI - mi riferisco in particolare agli immobili siti nei centri storici -
occorre chiarire che bisogna distinguere la destinazione del patrimonio privato
da quella relativa al patrimonio pubblico. Infatti, vanno considerati anche
quegli immobili, appartenenti ai comuni, che non devono pagare neanche l'ICI. A
questo punto diventa poco appetibile l'idea di modificare la destinazione d'uso
di un immobile nel momento in cui non si riesce a ricavare alcun beneficio da
questo tipo di operazione.
Do la parola ai deputati che intendano porre domande.
ALDO CENNAMO. Signor presidente, ringrazio il professor Vitaletti poiché
anch'io ho ritenuto interessanti le cose che egli oggi ci ha riferito. Tra
l'altro, le sue idee corrispondono in larga parte alle osservazioni che in
questi mesi sono state svolte da noi commissari e da rappresentanti del Governo
e di altre associazioni.
Professor Vitaletti, la nostra indagine conoscitiva verte proprio sui rapporti
tra le amministrazioni locali e il sistema di gestione dell'anagrafe
tributaria. L'autonomia finanziaria dei comuni rappresenta un aspetto centrale
dell'amministrazione locale, ed è stato proprio il decreto legislativo n. 56
del 2000 - cui lei ha fatto riferimento in precedenza - a postulare il
superamento della finanza derivata. Si intende cioè invertire la tendenza
secondo cui i tributi debbono essere prima riscossi dallo Stato ed in seguito
girati ai comuni; ciò, perché l'incidenza delle entrate proprie del sistema
delle autonomie è cresciuta notevolmente nel corso dell'ultimo decennio. I
recenti dati del CENSIS evidenziano una forte crescita delle entrate regionali
- dal 12 al 48 per cento -, di quelle provinciali - dal 15 al 56 per cento - e
di quelle comunali - dal 35 al 60 per cento -. Risulta, quindi, evidente che la
filosofia ispiratrice del suo ragionamento - tendente a creare un nuovo
equilibrio tra centro e periferia - accomuna i nostri interessi a quelli delle
autonomie. Al riguardo, il vero problema è quello di creare forme di sinergia,
di coordinamento e di maggiore collaborazione tra centro e periferia che allo
stato non c'è. Proprio in relazione all'osservazione del presidente sull'ICI e
sui cosiddetti disallineamenti che l'ANCI ci ha segnalato, e che si verificano
per l'ICI e per
Dato che tutti noi, come credo, siamo favorevoli ad un superamento della
finanza derivata, vorrei chiederle che tipo di impatto potrebbe comportare un
tale tipo di cambiamento nei confronti degli enti locali.
Il presidente faceva riferimento alle difficoltà registrate nella sanità, anche
in seguito alla soppressione di una serie di trasferimenti erariali in favore
delle regioni, decisione che verrebbe ad alimentare, di fatto, ulteriori
squilibri tra aree del territorio, rendendo così inattuabile quel principio di
solidarietà - relativamente almeno alla spesa sanitaria -, su cui mesi or sono
furono sollevate numerose polemiche.
Alla luce di queste premesse, e rispetto al lavoro in corso di svolgimento
presso l'Alta commissione, vorrei ottenere da lei, presidente, alcuni
chiarimenti. Se riuscissimo in tempi realmente rapidi a superare il meccanismo
della finanza derivata, quale impatto questo potrebbe avere su alcuni servizi,
in termini di rapporto tra enti territoriali, geograficamente divisi tra nord e
centro e sud, rispetto all'attuale situazione? Quali squilibri possibili
potrebbero verificarsi, in relazione ad un superamento dei presupposti della
finanza derivata?
GIUSEPPE VITALETTI, Presidente dell'Alta commissione di
studio per la definizione dei meccanismi strutturali del federalismo fiscale.
Quando si parla federalismo fiscale, non so per quale ragione - forse per
responsabilità del decreto legislativo n. 56 del 2000 -, sono generalmente le
regioni ad essere enfatizzate, molto più di comuni e province. In realtà, la
riflessione sugli effetti indotti da una fiscalità federalista dovrebbe essere
di tipo generale. Un'interpretazione estremamente diffusa del federalismo
fiscale è quella che tende a identificare questo ultimo con la possibilità - da
riconoscere a ciascuna regione - di trattenere buona parte del gettito delle
principali imposte provenienti dal proprio territorio. È questa l'impostazione
dominante nel sentire culturale comune. Dunque, per federalismo fiscale,
secondo il sentire prevalente, dovrebbe intendersi la correlazione tra il
gettito prodotto nel proprio territorio e l'appropriazione del medesimo da
parte dell'ente (soprattutto da parte delle regioni).
Vorrei, in proposito, svolgere due considerazioni. Il gettito delle imposte
sarà pur prodotto nel territorio ma viene accertato dallo Stato centrale.
L'idea che lo Stato sia costretto a fare il servente perché ogni regione possa
sfruttare finalmente meglio i propri votanti non mi appare un grande progresso.
Finora, si è parlato di Stato sfruttatore di tutti i cittadini: il fatto che a
specializzarsi nello sfruttamento siano le regioni, con il supporto dello Stato
centrale che rimane accertatore, non mi sembra un miglioramento.
Inoltre, se questo è il concetto di federalismo fiscale, si apre un problema di
equilibrio complessivo. Se un territorio trattiene (o meglio riprende) più
risorse finanziarie di derivazione fiscale, meno risorse vengono destinate agli
altri territori (i vincoli di Maastricht rendono impossibile altre alternative,
quali la creazione di nuovo debito pubblico), per cui si registrano maggiori
squilibri tra aree deboli e aree forti del paese (tra cui vanno collocate le
regioni a statuto speciale, indipendentemente dalla collocazione geografica e
dalla forza economica). Nell'insieme, il concetto di federalismo fiscale del
tipo «ognuno si tiene i suoi soldi» mi sembra troppo «positivista». Si può
ritenere, in alternativa, che il federalismo fiscale debba avere al suo centro
il principio di correlazione, intendendolo però in questo caso in senso assai
diverso da quello appena esposto, ovvero intendendolo come accostamento tra
cespite governato e cespite tassato. Occorre rilevare in proposito che il
sistema fiscale non si identifica nella sola IRPEF e nell'IRPEG, o in generale
nelle imprese dirette personali, come se tutto il resto non esistesse. Tutto il
resto esiste e pesa quasi la metà del gettito totale, comprendendo imposte come
quelle sul valore aggiunto, sul consumo di energia, sugli immobili eccetera,
ovvero imposte reali, come tali molto meglio frazionabili sul territorio di
quelle personali. Il principio di correlazione «bene tassato uguale bene
governato», basato in primo luogo sui prelievi reali, può condurre in
particolare ad una maggior specializzazione: ad esempio, si potrebbe ipotizzare
che gran parte del gettito dell'imposta sugli immobili o del bollo auto vada ai
comuni.
In questo senso, ritengo sia preliminarmente necessario un confronto fra gli
enti interessati. Tutti gli enti potrebbero esprimere la propria posizione in
conferenza unificata, il luogo istituzionale a ciò preposto. Esiste infatti un
momento di condivisione, quello dell'individuazione di regole collettive. Ancor
prima del legiferare (attività peraltro preclusa alle province e ai comuni),
occorrerà pertanto stabilire un momento di confronto e di decisione
preliminare, di organizzazione del sistema, dove anche i comuni e le province
potranno intervenire su basi di parità.
Se saranno queste le vere basi del federalismo fiscale - da non confondere
dunque con un meccanismo di mera appropriazione di un supposto gettito proprio
- l'efficienza del sistema non potrà che essere alimentata. L'efficienza va per
altro perseguita non solo con l'assegnazione di tributi appropriati, ma anche
con i meccanismi della perequazione, la quale dovrà essere ovviamente mantenuta
nel nuovo sistema. Occorre su questo punto osservare che il principio
desumibile dal decreto legislativo n. 56 del 2000, sintetizzabile nella formula
«chi spende di più, ottiene di più, chi ha minori entrate, continua a prendere
di meno nonostante una certa perequazione» - non costituisce un criterio di
efficienza, semmai rappresenta una convalida dell'inefficienza. Viceversa,
potrebbe rappresentare un grande cambiamento definire una regola di
attingimento dal fondo di perequazione basata sull'efficienza, prendendo come
riferimento spese che abbiano poco a che vedere con la spesa storica. Potremmo
chiamarle spese standard - è sugli standard che tutte le imprese private, e
anche gli istituti pubblici, stanno basando le proprie scelte organizzative. Il
criterio da adottare potrebbe essere semplice. Nel caso della sanità, ad
esempio, sarebbe sufficiente prendere a riferimento - per l'attribuzione delle
risorse - chi spende in termine pro capite meno della media (al
contrario di quanto è stato stabilito dal decreto legislativo n. 56).
Nell'ipotesi in cui l'ente spendesse in termini pro capite di più della
media, invece, entrerebbero in gioco i criteri di stimolo all'efficienza,
riconoscendo agli enti interessati la possibilità di manovrare le addizionali
per coprire le eventuali inefficienze, oppure di differenziare i servizi.
Tutto il lavoro da svolgere dovrebbe in ogni caso concentrarsi nella direzione
di favorire la flessibilità fiscale al margine del sistema. Accanto alla regola
di attingimento dal fondo perequativo basata sul principio dell'efficienza,
dovrebbe cioè esserne introdotta un'altra, che massimizzi la possibilità di
flessibilizzare le entrate al margine, sia per variare l'offerta di servizi sia
per coprire, senza ricorrere al commissariamento, una parte di inefficienza,
almeno entro certi limiti. Rispetto a questo schema l'Alta commissione sta
lavorando - e siamo ormai in fase conclusiva - sui costi standard per ogni
prestazione, come regola di attingimento dal fondo, individuando un criterio
non discriminatorio. Sta lavorando altresì sulla questione dello sforzo fiscale
al margine, nonché sugli eventuali premi da attribuire quando l'esercizio di
tale sforzo «renda poco» a causa della povertà degli imponibili - in particolare
ciò potrebbe avvenire quando il basso rendimento non sia collegato ad un'alta
evasione. Costi standard - abbandonando progressivamente il criterio della
spesa storica - e flessibilità delle entrate a margine sono i due cardini che,
accanto ad un'attribuzione dei cespiti fiscali basata sul principio di
correlazione, permetterebbero, nel tempo, di superare il concetto di
federalismo fiscale così come è concepito. Esso perderebbe così le mere valenze
di riappropriazione territoriale del gettito personale, e si porrebbe invece
come meta obiettivi quali l'efficienza del settore pubblico, l'innovazione
fiscale, la solidarietà responsabilizzante. Queste sono le cornici entro cui
l'Alta commissione lavora, e che tra pochi mesi diventeranno proposte
concretissime.
PRESIDENTE. Ringrazio il professor Vitaletti
sia per la sua interessante relazione sia per gli spunti notevoli che chi ha
lasciato. Inoltre, formuliamo i migliori auguri per la conclusione dei lavori
dell'Alta commissione anche perché siamo curiosi di conoscere le indicazioni
che dalla stessa scaturiranno.
Dichiaro conclusa l'audizione.